FRANCO SPENA - "SEGNI"

Mostra di
Maria Pia Matraxia e Umberto Bosco

Caltanissetta 18 giugno - 2 luglio/2000

Quando Mallarmè realizza "Un coup de Dés jamais n'abolirà le Hasard.", opera una rottura dei canoni tradizionali del fare poesia. Libera la parola organizzata nella struttura del verso e la fa spaziare nella pagina. Inventa cioè un rapporto diverso tra il segno che è parola e il bianco del foglio e, come dice Maria Teresa Balboni, scopre il silenzio all'interno dello spazio della pagina".

Il bianco non è più un supporto della parola ma diviene uno spazio, una dimensione che dialoga con la dimensione del segno, una dimensione all'interno della quale il poeta trova pause ove si animano le parole del vuoto. "Gli spazi bianchi che separano i versi equivalgono alle pause di una partitura musicale e il nostro occhio ritrova il silenzio nella visualizzazione dello scorrere dei pensieri".
Per analogia, Umberto Bosco e Maria Pia Matraxia, operano con materiali diversi un ritorno allo spazio, al silenzio, perché entrambi, attraverso la ceramica, finiscono per lavorare sul vuoto, nel senso che i segni, orchestrati per animare la scena espressiva, finiscono col mettere in luce, fare risaltare pause e silenzi.
La materia di base è la ceramica che impone pazienti e lunghe procedure di lavorazione ma, con caratteri diversi, i due artisti operano sul segno. Un segno che tormenta la superficie della materia e va al di là della forma, quasi a cercare passaggi, itinerari sommersi e invisibili. Un segno che amplia il suo respiro e diviene corpo nelle sculture.
Entrambi ricercano la tridimensionalità dei piani e dei vuoti tra il bianco dello smalto e il cotto che traspare.

La polvere che viene scalfita divenendo segno impalpabile che si cristallizza alla cottura permette di scoprire, dopo avere ricoperto la forma, di rimuovere la parte della materia che lascia affiorare il sommerso. A volte producono un'incisione leggera che lascia affiorare il bianco, spesso operano una incisione più profonda che permette al gesto del togliere di offrire una godibilità quasi tridimensionale e tattile. E' così che riemerge il colore caldo del cotto da una texture di bianco o di tinte. E' la pausa, il silenzio a cui accennavo prima che si riappropria della pagina e diviene discreta presenza espressiva che arpeggia nell'insieme della composizione. E' il riaffiorare di una realtà sotterranea, di una memoria dimenticata, di quella parte non detta che rimane e tace sotto ogni atto d'espressione e che, offrendosi allo sguardo, si presenta come materia che vive una sua originarietà non completamente percepibile.

Il segno inciso allora si manifesta come soglia che annuncia spazi oltre dai quali emergono i gesti che producono la forma. E' in fondo la ricerca di un ritmo nel quale lo spazio vuoto diviene esso stesso forma, frammento impalpabile che, mentre si realizza nella trama dell'equilibrio compositivo, tuttavia va al di là del dettato linguistico e offre alla vista zone d'ombra, non completamente indagabili, che sfuggono alla superficie e danno altre dimensioni, altre relazioni all'opera. Si vengono a creare così negli oggetti strutture di leggerezza, che vanno oltre la decorazione, agili rapporti di spazio che dialoga anche con il colore intenso e luminoso della ceramica. Colore che tende al bianco in Maria Pia Matraxia, colore che si accende per una ricerca di maggiori contrasti in Umberto Bosco.

La ricerca anche sullo spazio dei due artisti finisce per articolare suggestioni diverse perché nel loro lavoro vanno oltre il segno inciso fino a dimensionare un segno-materia che li fa superare la creazione del piatto, del pannello o dell'oggetto fittile.
Maria Pia Matraxia libera quindi il suo mondo segnico che si anima di strutture aeree, di grosse corde di argilla cotta che in un gioco di intrecci e volute si appropria dello spazio fisico.

Quel vuoto che si legge nel segno inciso si anima fra una tessitura di intrecci fittili sospesi nell'aria, sorretti a volte da strutture geometriche che delimitano il loro articolarsi. Metaforicamente sono forme che si avvicinano e si allontanano, si congiungono e si separano attraverso procedimenti di contaminazione che utilizzano spesso legno, spago e ferro. Intrecci e grovigli assumono una tattilità prorompente e si dispongono come installazioni il cui strutturarsi potrebbe procedere all'infinito.

Anche Umberto Bosco nel suo lavoro traduce i suoi segni dalla superficie incisa alla scultura tridimensionale e crea grandi apparati, quasi cattedrali che si innalzano e si allargano elaborando tessiture di pieni e di vuoti che lasciano filtrare lo spazio. Si lasciano attraversare dall'aria e dalla luce, si caricano di sfumati e di ombre, si dispongono quasi paraventi che tuttavia nascondono luoghi che si vengono a creare disposti per una mistica e comunque oscura zona segreta.

Così mentre in Maria Pia i "riccioli" di argilla sembrano galleggiare nell'aria, in Umberto l'argilla si articola in minute feritoie e passaggi, trame di piccolissime aperture costruite secondo un ritmo interiore che potrebbe svilupparsi senza sosta.
Entrambi assemblano e separano e il segno originario diviene frammento sempre più ampio, disponibile ad essere riaccostato, ricomposto come in certi piatti spezzati e riassemblati che sembrano ritrovare dopo la frattura equilibri perduti che appaiono nuovamente pronti a dissolversi in un gioco di masse come nelle grandi installazioni.

Attraverso l'argilla, la ceramica e gli smalti il segno inciso, nei due artisti, che affiora come silenzio, finisce, nel gioco della decorazione che si sviluppa come una litania , per divenire movimento di superfici che aggettano, vanno oltre se stesse, come parole sempre meno sussurrate che liberano le energie sommerse per divenire spazio nello spazio e aria e leggerezza nell'aria.

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